CFF – DAY3: le recensioni dei film in concorso

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Nella terza giornata del Carbonia Film Festival, sono stati presentati quattro cortometraggi e tre lungometraggi in concorso. In questo articolo potete trovarli recensiti da Carbonia.net in ordine di proiezione.

CORTOMETRAGGI:

home-danielmulloyRECENSIONE – HOME

Regia di Daniel Mulloy (Regno Unito, Kosovo, 2016, 20′)

Smarrimento: questo è ciò che si prova quando la splendida famiglia protagonista di questo corto si ritrova in mezzo alla violenza e alla guerra, dopo aver preparato la partenza di quella che, nei primissimi momenti del film, sarebbe potuta sembrare una bella vacanza. Dalla propria accogliente casa, in un tranquillo quartiere residenziale, agli orrori della guerra: il punto d’arrivo di migliaia di rifugiati diventa il punto di partenza in una storia invertita con terribile efficacia.

E il confine tra la ricca e felice famiglia inglese (ma che potrebbe essere italiana, francese, americana etc.) e qualsiasi famiglia in fuga dalle bombe e dalla disperazione, sembra assottigliarsi al punto da stimolare un’empatia generalizzata non solo nei confronti dei protagonisti del corto, ma verso chiunque si ritrovi in quella situazione drammatica. Il meccanismo è sottilmente ricercato e portato a compimento: sollecitare una maggiore comprensione del dramma di tante famiglie sfortunate, mettendo in evidenza i punti in comune per poi spostare la situazione dal nostro al loro contesto.

In 20 minuti di film vengono indagate queste dinamiche simpatetiche, vengono mostrate alcune scene di guerra girate magistralmente, si dà spazio alle relazioni tra i protagonisti (i giovani genitori e i loro bambini) mostrando allo spettatore anche alcuni gesti e sguardi – anche sguardi evitati – di forte impatto emotivo e di grande significato.

È centrale negli intenti di questo lavoro anche il rapporto tra individuo e luogo di appartenenza, soprattutto alla luce del fatto che lo spostamento di contesto accaduto alla famiglia raccontata lascia intravedere la possibilità che ognuno di noi possa diventare un rifugiato. Si lascia aperto dunque uno spiraglio nel quale intravedere la forza della contingenza e gli esiti alternativi delle nostre vite.

Home è un cortometraggio bello e struggente, tecnicamente impeccabile che difficilmente potrà lasciare indifferente lo spettatore.

20161144_original_cartelRECENSIONE – A MAN RETURNED

Regia di Mahdi Fleifel (Regno Unito, Danimarca, Paesi Bassi, 2015, 30′)

Ain Al Hilweh – campo per rifugiati palestinesi, in Libano. Luoghi di partenza e di ritorno, nel disperato e difficile tentativo di entrare in Europa.

Protagonista del documentario è Reda, un ragazzo sincero e consapevole delle proprie malefatte, gentile e scontroso, eroinomane che confida nella forza dell’amore per cambiare vita. In breve, un personaggio controverso.

Reda è riuscito a viaggiare e arrivare in Grecia. Ha vissuto tre anni ad Atene, ma alla fine è stato deportato nuovamente in Libano e costretto a tornare ad Ain Al Hilweh. Le vicende raccontate sono ambientate qui, al campo per rifugiati, nel periodo successivo al rientro. Sono i giorni in cui il giovane ha sposato il suo amore d’infanzia, una ragazza che dai primi minuti del film – un dialogo telefonico tra i due – deve raggiungerlo.

Dall’inizio della storia si avverte la problematicità del protagonista, che al telefono con la futura sposa trasforma, nel giro di dieci secondi, dei dolci consigli in asserzioni volgari – non senza strappare un sorriso “stranito” allo spettatore.

Viene raccontato il contesto familiare e sociale, mentre si avvicina il giorno del matrimonio. La famiglia di Reda è altrettanto sincera e piuttosto tollerante per la brutta dipendenza da eroina del giovane. Si droga in casa come se fosse normale farlo. Tutti sanno che è una brutta cosa, per Reda è una maledizione. Ma viene accettata, nella speranza che riesca a smettere al più presto.

La madre dice molto serenamente al figlio che il matrimonio del fratello avrà più importanza, perché questi si comporta meglio. Ma per un confronto inconscio con i nostri rapporti sociali e familiari, risulta davvero strano sentire una frase del genere detta con totale tranquillità e con un tono che è a tutti gli effetti affettuoso. Traspare in queste persone una forte accettazione dell’altro “tu sei fatto così, tu hai la saggezza della strada”, nonostante Reda abbia una vita e una condotta non proprio raccomandabili. Possiamo intravedere questo aspetto anche nel protagonista quando, parlando di se, ammette di essere irascibile per natura, ovvero di non volersi arrabbiare ma di non poter far nulla per evitare che ciò accada.

Una storia che mischia tanti aspetti, come il disagio e la speranza, ma soprattutto l’amore e la droga – quest’ultima in primo piano rispetto agli altri elementi.

La telecamera segue da vicino i protagonisti e il documentario risulta immediato e stimolante, perché permette di entrare nella realtà raccontata e prendervi parte per tutta la durata del film, anche se in modo mediato. La spontaneità e la sincerità pervadono nel complesso non solo i protagonisti ma l’intero lavoro del regista Mahdi Fleifel, che riesce a raccontarci un realtà diversa dalla nostra e il punto di vista di chi, tra desiderio e difficoltà, vorrebbe dare una svolta alla propria vita.

toutlemondeRECENSIONE – TOUT LE MONDE AIME LE BORD DE LA MER

Regia di Keina Espiñeira (Spagna, 2015, 17′)

La caratteristica principale che emerge nella visione di questo cortometraggio è che si tratta di un particolare intreccio tra fiction e documentario. È il tratto distintivo di tutti i 17 minuti di film, la forma di una materia costituita da dialoghi tra migranti, immagini della natura e leggende africane che raccontano del passato mentre si spera nel futuro restando purtuttavia ben “sintonizzati”sul presente.

Il risultato è un prodotto intimo e onirico, che riflette la mente della regista e dei protagonisti in un flusso che riesce a trasmettere lo stato di sospensione in cui si trovano le persone che vediamo sullo schermo.

La realizzazione del film sembra quindi rispecchiare gli intenti che ne hanno guidato la creazione e nel complesso risulta essere un ottimo cortometraggio che mostra, con una prospettiva particolare, alcuni uomini sospesi in uno spazio tanto concreto quanto simbolico, tra i boschi e il mare, in attesa del viaggio verso l’Europa.

Come tutti i film onirici e “impegnati” presenta in sé dei rischi piuttosto importanti.

Questi rischi consistono nel far risultare l’opera come un’alternanza di lunghe inquadrature, spesso prive di dialoghi, con scene e altre riprese non combinate in modo ottimale, dando vita a un’assimetria importante tra la reazione dello spettatore “medio” e il finto intenditore pseudo intellettuale.

Lo pseudointellettuale, al termine di un film onirico e non immediato, ostenta apprezzamento sguazzando nella perplessità del restante pubblico presente in sala, senza riuscire a valutare in modo adeguato quanto visto e provando a celare con l’apparenza la mancanza di reali competenze.

Tout le monde aime le bord de la mer non cade in queste trappole e fortunatamente non si lascia rovinare da questi rischiosi aspetti del genere cinematografico che rappresenta, ma ci va molto vicino.

Detto altrimenti, l’idea alla base del film è molto bella e le intenzioni della regista, decisamente buone, trovano nel prodotto finale un’effettiva e positiva realizzazione. Tuttavia, sia allo spettatore occasionale, sia all’esperto, possono permanere delle perplessità in particolare riguardo alcune scelte in fase di montaggio, che di fatto presenta dei problemi nella fluidità e nell’omogeneità dell’opera nel suo complesso.

wada_plakatRECENSIONE – WADÁ

Regia di Khaled Mzher (Germania, 2015, 28′)

Fino a quale distanza si può essere colpiti dagli spari e dalle bombe? Chiunque abbia visto Wadà potrà condividere l’idea che questa sia la domanda principale che la visione di questo film può far emergere. Lo fa in modo efficace e la questione non è per nulla banale – anzi, può dar luogo a riflessioni toccanti, profonde e anche interessanti.

Innanzitutto, occorre pensare a cosa possa significare “l’essere colpiti”. Persino nel suo significato più comune, l’espressione viene usata non soltanto per indicare un impatto fisico e materiale, ma anche uno psicologico (es. quel film mi ha colpito molto).

Ma la divisione tra la sfera fisica e quella psicologica, non è da considerarsi come qualcosa di netto e ben determinato. Così come l’impatto fisico può avere conseguenze psicologiche, così l’impatto emotivo può portare a modificazioni fisiche sia immediate che non.

Il cortometraggio di Khaled Mzher mostra le conseguenze che la guerra in Siria causa a una famiglia apparentemente al sicuro, a migliaia di chilometri di distanza.

Il film inizia con una lunga scena a inquadratura fissa, senza dialoghi, della famiglia protagonista a tavola. A rompere il silenzio una domanda in un clima teso: “ci sono notizie oggi?”

In una zona di guerra in Siria, è scomparso un parente stretto di Ibrahim, padre di famiglia e liutaio di professione. La preoccupazione, il senso di responsabilità per chi è rimasto nelle zone di conflitto e il dolore che consegue dalla concreta possibilità di aver perso un proprio caro: sono tutti elementi portati in scena e trasmessi allo spettatore. Questo non avviene solo per la vicenda in sé e per le riflessioni che possono emergere soffermandosi sulla situazione che viene raccontata, ma anche per le sensazioni trasmesse dai movimenti di macchina, dalle luci e dalle scelte delle inquadrature.

Una steadycam che indietreggia mentre Ibrahim avanza pensieroso, diverse scene girate in ambienti bui con lunghi piani sequenza. Sono ottime anche le interpretazioni, in sintonia con la buona regia di Mzher.

Wadà lascia intuire in modo efficace l’ampiezza del dolore e la vastità della distanza entro e oltre la quale la guerra può colpire. La tristezza e l’angoscia dei protagonisti sono palpabili, così che la coscienza dello spettatore viene inevitabilmente sollecitata.

LUNGOMETRAGGI:

camerapersonRECENSIONE – CAMERAPERSON

Regia di Kirsten Johnson

Genere: Documentario (Stati Uniti, 2016, 102′)

Cameraperson si presenta come il frutto di una necessità soggettiva della regista, ma è una necessità cinematograficamente originale e interessante.

L’idea è quella di dichiarare la presenza del cameraman, colui che effettua le riprese, invertendo con un’operazione quasi artistica le usuali esigenze tecniche. Solitamente infatti la presenza dell’operatore deve essere ben nascosta per permettere allo spettatore una maggiore immedesimazione nel film. In questo caso invece è proprio la sua presenza a garantire l’assimilazione e l'”empatizzazione” con i momenti di vita ripresi dalla telecamera.

Il film è infatti una sorta di diario della regista che, attraverso la telecamera, racconta della propria famiglia, della propria vita ma soprattutto dei tanti luoghi visitati con estremo interesse per le persone conosciute. Il filo conduttore è dato principalmente dall’ottimo montaggio del materiale raccolto e selezionato, che riesce a dare omogeneità a una vastissima raccolta di video girati in luoghi e situazioni anche molto differenti tra loro.

Bosnia, Uganda, Manhattan, Texas, Cuba, Yemen, Afghanistan. Questi sono solo alcuni dei luoghi visitati da Kirsten Johnson e raccontati attraverso Cameraperson.

Diverse tra loro anche molte delle storie raccontate. Particolarmente toccante l’intervista a un ragazzo che ha perso un occhio a causa di una bomba e ha visto il corpo straziato del fratello morire a pochi metri di distanza. Gli viene chiesto di descrivere il mondo visto dall’occhio ancora funzionante e di fare la stessa cosa con quello distrutto dall’esplosione. E quando racconta quell’episodio l’emozione prevale su tutto, la regista si commuove percependo la sofferenza del ragazzo, chiaramente palpabile anche per lo spettatore. E infine è lui a dover rassicurare la camerawoman “It’s ok!”.

In questo lavoro viene dato spazio a molti elementi e a tante storie, ma c’è spazio anche per delle belle immagini con un’ottima fotografia. Alcuni luoghi e alcuni personaggi ritornano, altri si collegano simbolicamente anche se geograficamente distanti.

Cameraperson è un documentario (a dirla tutta è molto di più) da guardare con attenzione che, se compreso, può restare impresso in modo indelebile nella mente dello spettatore. Trovare i collegamenti e riflettere sul senso complessivo di un’opera apparentemente frammentaria può risultare faticoso e complicato, ma i filmati della Johnson sono belli e interessanti e vale davvero la pena riuscire ad andare oltre le singole parti e coglierne le questioni sottese.

elfuturoperfectoRECENSIONE – EL FUTURO PERFECTO

Regia di Nele Wohlatz

Genere: Fiction (Argentina, 2016, 65′)

El futuro perfecto è un lungometraggio piuttosto breve, dura appena 65 minuti, eppure è pieno di idee, situazioni e soprattutto esigenze. La trama generale ci parla di Xiaobin, una giovane ragazza cinese arrivata a Buenos Aires, in Argentina, che deve confrontarsi con una lingua sconosciuta e un nuovo ambiente sociale.

La famiglia di Xiaobin vive questa situazione isolandosi dal contesto circostante – anche linguisticamente – e sviluppando una realtà separata da quella dell’ambiente vissuto. La ragazza invece sembra così tanto interessata a cercare un’integrazione tra le persone che la circondano da iscriversi di nascosto a una scuola di lingue.

Il linguaggio è un argomento molto importante in tutto il film, tant’è che gli avvenimenti sono strettamente correlati all’apprendimento dello spagnolo – basti pensare alla scelta interessante di far problematizzare alla ragazza i suoi futuri possibili nel frangente successivo all’apprendimento del modo condizionale durante il corso.

Lo stesso titolo, richiama sia le possibilità future della ragazza, sia il senso grammaticale (sarebbe il nostro futuro anteriore o composto), una scelta intelligente e interessante.

Gli elementi d’interesse collegati a quanto detto sono davvero numerosi e notevoli. Problemi di comprensione di sé e degli altri, identità personale (la ragazza ha anche un nome differente per la sua vita argentina, Beatriz e si apre nel corso del film la possibilità di cambiarlo nuovamente), costrizioni culturali, futuri alternativi, adattamenti e punti di vista. E ognuno di questi elementi apre grosse questioni che meritano di essere affrontate e stimolate.

Il film è costantemente caratterizzato da un senso di estraneità tra la protagonista e l’ambiente vissuto, sensazione resa bene non soltanto dalla situazione raccontata ma anche dalla regia della brava Nele Wohlatz – lunghi piani sequenza, personaggi seguiti con attenzione ma con rare inquadrature strette e ritmi tendenzialmente lenti.

Quest’intreccio tra i problemi del presente e l’immaginazione dei futuri possibili offre enormi possibilità cinematografiche. La scelta di Nele Wohlatz, tuttavia, non è stata quella di creare un piacevole intrattenimento, bensì di dare spazio alla realtà in tutta la sua complessità e alle esigenze più sincere. Il risultato è sicuramente buono e il film riesce a raccontare su diversi livelli queste dinamiche umane difficili e delicate, offrendo allo spettatore degli scorci del reale così veri da poter essere collocato anche tra i documentari.

 

nunca_vas_a_estar_solo_afficheRECENSIONE – NUNCA VAS A ESTAR SOLO

Regia di Alex Anwandter

Genere: Fiction (Cile, 2016, 81′)

Luci rosse e sangue, colori accesi attraversano questo film caratterizzato in realtà da tonalità piuttosto grigie e cupe. Non sarai mai solo, questa è la traduzione del titolo di Alex Anwandter (regista, sceneggiatore e musicista), un lungometraggio di forte impatto emotivo che racconta la doppia solitudine di un giovane ragazzo omosessuale e di suo padre.

Soli rispetto a chi? In fondo entrambi hanno le loro compagnie e un rapporto d’affetto reciproco.

Ma in un mondo tanto difficile, troppo spesso crudele e spietato, pieno di ostacoli e imprevisti, l’individuo necessita di amore e sostegno.

Juan e Pablo, padre e figlio. Quando Pablo viene ridotto in coma da una violentissima aggressione omofoba, Juan si scontra con tutta la spietatezza della società: aggressori del figlio, datori di lavoro, avvocati, assicurazioni: come se la condizione del giovane non fosse sufficiente, continuano ad arrivare botte da ogni parte.

Nel film ci sono diverse scene di sesso omosessuale decisamente esplicite, ma non sono gratuite né pornografiche. Hanno senso rispetto a ciò che questo film vuole essere – giustamente irriverente è ad esempio la scena di passione, assolutamente calzante, immediatamente successiva a un dialogo della classica zia fastidiosa che cerca di carpire informazioni sulla “fidanzatina”.

Gratuito e forzato è invece il dialogo con la dottoressa, in cui Juan e la professionista scherzano in un modo confidenziale ingiustificabile, sia per le caratteristiche psicologiche dei due sia per il contesto. C’è un’evidente necessità di sceneggiatura, poiché questo dialogo serve a introdurre un personaggio utile alla storia e a far emergere le difficoltà dell’uomo, fino a quel momento percepibili solo implicitamente. Tuttavia questo non è sufficiente a far passare un pretesto messo in scena con tanta superficialità in un film così delicato e ben diretto.

Ci sono inoltre tanti, forse troppi personaggi, che rubano tempo e scena a quelli principali che andavano ulteriormente approfonditi – in particolare sarebbe stato davvero importante dare più spazio al rapporto tra Fèlix e Pablo. 

Il maggior punto di forza del film, ottimamente girato e ben interpretato, è il fatto che la tematica dell’omofobia si intreccia con i problemi che ogni persona può avere, a prescindere dalla propria sessualità. Violenza, burocrazia, rimorso, tradimenti, imbrogli, ingiustizia – tutti possono immedesimarsi nelle problematiche del film e ciò può stimolare una riflessione ampia e condivisa.

Inoltre, il disinteresse di Juan per la sessualità di Pablo, che caratterizzava il loro rapporto prima dell’aggressione, viene interpretata dallo stesso personaggio del padre non come una forma di tolleranza, bensì come un’indifferenza che prende origine dalla stessa radice della violenza: la disapprovazione. Questo è uno spunto decisamente interessante che il regista ha saputo mettere in scena con grande sensibilità.

La riflessione sulla vera natura di alcune pseudo tolleranze, che altro non sono che gentili disapprovazioni travestite e nascoste, può essere un nuovo punto di partenza per affrontare questa difficile tematica in favore di una più autentica comprensione dell’altro.

Buona e coerente anche l’introduzione in sceneggiatura del contrasto tra i manichini, gli oggetti di lavoro di Juan, e i segnali del bisogno di umanità che circondano questo personaggio, con un figlio in difficoltà tra le mura di casa.

In sintesi un ottimo film ricco di spunti davvero interessanti, che presenta però numerosi difetti nell’approfondimento dei personaggi chiave e in alcuni dialoghi.

Articoli precedenti:

CFF – DAY0: recensione all’anteprima dell’8 ottobre

CFF – DAY1: le interviste ai protagonisti e la recensione di After Spring

CFF – DAY2: le recensioni dei film in concorso

Articoli successivi:

CFF – DAY4/5: le recensioni dei film in concorso e le premiazioni