Giorno della memoria: visita a Birkenau

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Leggi la prima parte: visita ad Auschwitz

Scorcio di Birkenau
Scorcio di Birkenau

Dopo circa due ore di visita ad Auschwitz I, ci spostammo con un bus nel vicino campo di Auschwitz II, meglio noto come Birkenau. Nato dalle esigenze dei tedeschi di avere spazi più grandi e crematori più efficienti e veloci per far sparire nel nulla un numero sempre maggiore di deportati, Birkenau distava circa 7 km da Auschwitz I. Sorgeva su un’enorme area campestre e paludosa, delimitata da un fiume. Era esattamente quello che mi aspettavo di vedere: un campo, rotaie al centro, baracche ai lati. Ciò che rimane oggi di Birkenau è molto poco, perché le strutture erano costruite per lo più in legno e i tedeschi riuscirono a bruciare quasi tutto prima della fuga. Delle baracche in legno, rimane solo la struttura di cemento della base e la canna fumaria di una sorta di camino-stufa, posizionato al centro di ognuna (inutilizzate per risparmiare, secondo i racconti della guida).

Abbiamo mai pensato a come fossero i bagni di un lager?

Latrine di Birkenau
Latrine di Birkenau

Le latrine erano organizzate in baracche di legno contenenti delle vasche di cemento che si sono conservate fino a oggi (foto). Queste sono esattamente il simbolo della demolizione di un uomo. Ogni baracca-latrina conteneva tre vasche di cemento, ognuna delle quali coperta da un pannello con sessanta buchi. Tre vasche e centottanta buchi. Centottanta deportati entravano a turno nei bagni a orari prestabiliti. Successivamente, altri deportati addetti svuotavano le vasche con delle vanghe per lasciare spazio al turno successivo. Nessun altro tipo di pulizia o disinfezione veniva praticata. In primavera, quando le temperature polacche si alzavano, queste condizioni igieniche uccidevano più della camera a gas: malattie come tifo, dissenteria, scabbia e scarlattina, erano ampiamente diffuse. I prigionieri non solo soffrivano la fame dovuta alle ridotte quantità dei pasti (fatti di pane e zuppe di verdure marce) ma, soprattutto nei periodi caldi, dissetarsi poteva portare alla morte. L’acqua era spesso contaminata e provocava dissenteria. I deportati visibilmente malati, venivano mandati in camera a gas. Un ulteriore dettaglio della vita dei prigionieri, che ci raccontò la guida, fu che le donne all’arrivo nel campo perdevano quasi subito il ciclo mestruale, perché non assumevano abbastanza nutrimenti. Laddove però questo non avvenisse, venivano operate e sterilizzate, perché le macchine da lavoro che erano diventate non potevano essere disturbate da processi fisiologici.

Letti nel settore maschile di Birkenau
Letti nel settore maschile di Birkenau

In un’altra baracca ricostruita, vedemmo le strutture dei letti di legno originali. In ogni letto dormivano quattro persone su della paglia, con una coperta per ogni due.
Al termine delle rotaie, trovammo i crematori: una organizzazione strategica per condurre subito alla morte i deportati condannati. Una fortuna, secondo alcuni sopravvissuti, perché non avrebbero vissuto le terribili condizioni di vita del campo, prima di affrontare la stessa tragica fine. Dei forni, erano presenti solo rovine. Per questo ci trovavamo davanti a un cimitero a cielo aperto. È infatti plausibile che al momento della distruzione da parte dei tedeschi, fossero presenti all’interno dei forni delle ceneri umane.
Subito dopo il confine di Birkenau, c’era Monowitz, campo di lavoro noto per aver “ospitato” Primo Levi e Elie Wiesel. Non rimaneva nulla e quindi non era visitabile.
L’ultimo scambio di opinioni con la guida e gli altri visitatori del mio gruppo, avvenne davanti al monumento internazionale costruito in memoria delle vittime. Eravamo tutti d’accordo: istituzioni e popolazione non potevano non sapere cosa avvenisse dietro quelle recinzioni di filo spinato.
Tornai a casa con qualche incubo notturno da affrontare, ma felice di aver visto più di quello che i libri di storia raccontano.