Il figlio di Saul – How To Film The World

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Il Figlio di Saul - Foto tratta dal Film

Il 14 ottobre 2017 in occasione di How To Film The World del Carbonia Film Festival, è stato proiettato il film vincitore del premio Oscar “Il Figlio di Saul”

Scrivere il resoconto di una serata in cui si è visto e discusso un film vincitore del premio cinematografico più importante dell’intero pianeta è da un certo punto di vista abbastanza semplice, ma in un’altra prospettiva è molto difficile.

È semplice perché centinaia di autorevoli esperti in tutto il mondo hanno già detto che si tratta di un capolavoro, sul quale già è stato scritto tanto.

Il figlio di Saul al Carbonia Film Festival - Confronto sul film.
Momenti di domande e riflessioni prima e dopo la proiezione del film.

Il verdetto è sul tavolo, la risposta è stata data e confermata nel tempo.

Tuttavia quegli stessi motivi rendono il mio lavoro particolarmente difficile, perché mi trovo a esprimere un tentativo di giudizio su un’opera diventata in pochissimo tempo un pilastro cinematografico.

Posso solo elogiarla o è legittimo almeno provare a fare un’analisi del film?

Per superare la difficoltà ho deciso di mettere da parte i miei usuali canoni editoriali per parlare a modo mio del lavoro di Nemes.

Il figlio di Saul

Regia di László Nemes (Ungheria, 2015, 107′).

Molti appassionati di cinema ma anche diverse persone del settore pensano che i film sulla Shoah siano come un biglietto d’accesso per il podio dei vincitori.

Vuoi vincere un Leone d’oro?

Racconta i campi di sterminio.

Vuoi vincere un premio Oscar?

Fai un film che racconti l’orrore dell’olocausto.

Laslo Nemes regista premio Oscar.
Laslo Nemes (foto di Getty Images).

Non voglio esprimere un parere su quest’argomento, ma devo ammettere che quando Il figlio di Saul vinse lo speciale Grand Prix nel 2015 a Cannes mi sentii in dovere di guardarlo, senza provare però troppo entusiasmo all’idea di soffrire su un altro film ambientato in un campo di concentramento.

Solo quell’anno tra lungometraggi e corti vidi circa 20 film sulle stesse tematiche: Shoah, sonderkommando, campi di concentramento, anziani ebrei, squadre eroiche per la lotta al nazismo.

Quando il figlio di Saul nel 2016 vinse l’Oscar, un David di Donatello, un Golden Globe e il British Academy Film Award, ero ormai un sostenitore convinto del fatto che questi premi fossero del tutto meritati.

Un giorno mi dissero che sarebbe stato proiettato per l’How To Film The World del Carbonia Film Festival e pensai immediatamente che sarei dovuto andare a rivederlo.

Così è stato.

Il figlio di Saul non è la solita narrazione su questa tematica così dolorosa.

Si tratta di un lavoro di grande cinematografia sotto ogni punto di vista, che parte ovviamente dall’esigenza di ritornare su quei luoghi e su quelle persone.

Per capire la differenza sostanziale tra una qualsiasi narrazione sulla Shoah e questo film besti pensare che il fulcro della vicenda, ovvero il figlio di Saul che costituisce il titolo stesso dell’opera, rimane dall’inizio alla fine un punto interrogativo.

Intorno al protagonista un continuo non-sentire e non-vedere, o meglio la costante percezione di qualcos’altro rispetto a ciò che è.

Il Figlio di Saul, un'immagine tratta dal Film
Il Figlio di Saul, un’immagine tratta dal Film.

Il figlio di Saul non può essere il solito film sull’olocausto perché Saul non cerca nessuna fuga, nessuna vita da salvare, nessuna missione da compiere.

Cerca un’umanità non individuabile che muove l’azione sulla base di un’esigenza primordiale: il rituale della sepoltura.

Tecnicamente occorre rilevare che il lavoro fatto sul sonoro e sulla parte visiva è un risultato d’eccellenza.

I suoni circostanti e le voci fuoricampo riescono da soli a raccontare un intero mondo, da intuire e immaginare.

Sul piano estetico tuttavia quello che conta maggiormente è l’impossibilità rappresentata, o meglio non-rappresentata.

Non c’è un lieto fine da raccontare, non c’è una speranza da seguire, non c’è una ragione intuibile alla base delle azioni.

La disperazione della Shoah viene magistralmente trasmessa attraverso il comportamento di Saul, che lascia lo spettatore smarrito.

Una terribile immagine di repertorio dei Sonderkommando.
Una terribile immagine di repertorio dei Sonderkommando, al centro del film.

Saul ha la possibilità di salvare se stesso e altre vite, ma fa tutt’altro mettendole a repentaglio pur di garantire una sepoltura rituale a un ragazzo che potrebbe non essere realmente suo figlio.

Intorno la morte, il caos, la guerra, la disperazione.

Così diventa difficile capire, almeno durante la visione del film, se quell’obiettivo così alterato vada concettualmente biasimato o se rappresenti l’unico barlume possibile di umanità in uno scenario simile.

L’interpretazione del protagonista è un altro punto di forza dell’opera, con una gestione del personaggio squisitamente teatrale ma in perfetta sincronia con la macchina da presa.

Géza Röhrig (l’attore protagonista) ha reso assolutamente credibile la figura di un uomo ormai provato, prossimo al destino che ogni sonderkommando doveva affrontare dopo i tre mesi stabiliti.

László Nemes è riuscito nell’intento di provare a raccontare l’irrapresentabile e l’ha fatto in modo eccellente al suo primo lungometraggio, dimostrando di avere un punto di vista profondo e articolato, oltre che il pieno controllo del mezzo cinematografico.