Valparaiso

valparaisoRecensione

Regia di Carlo Sironi (Italia, 2016, 20′)

Valparaiso è un cortometraggio italiano sul disagio senza via di fuga di un’immigrata irregolare intrappolata tra un centro di identificazione ed espulsione e una gravidanza indesiderata.

L’impotenza della protagonista è ulteriormente rafforzata dalla scelta narrativa di farle negare il concepimento. Per lei “non è stato nessuno” e “non è successo nulla“. La questione rimane aperta ma resta evidente che il male e l’assenza di libertà pervadono anche la sfera sessuale di Rocio (questo il suo nome).

Dal quarto mese di gravidanza Rocio può usufruire di un permesso di soggiorno temporaneo, perché la legge non permette, in questi casi, la detenzione di una donna incinta.

Da questo momento il cortometraggio subisce rapidi salti temporali, nei quali è tuttavia evidente che la libertà effettiva non sussiste in nessun momento, nemmeno tra quelli non raccontati. La ragazza resta imprigionata in una situazione devastante fino alla nascita del neonato.

Rocio viaggia in autobus con il suo bambino tra le braccia. Il suo sguardo è triste e assente. Una costante “anestetizzazione” da autodifesa sembra caratterizzare la sua mente fino alla fine del film. Il viaggio porta all’ospedale nel quale abbandonerà il proprio figlio.

La protagonista, interpretata dalla bravissima Manuela Martelli, è il vero centro del film, in particolare nella dialettica tra la sua fragilità e la sua aggressività, che emerge sul finale in un momento in cui cerca di riprendersi il bimbo abbandonato. Questi passaggi tra elementi conflittuali (fragilità-aggressività; abbandono-riappropriazione; innocenza-colpevolezza; libertà-necessità) costituiscono l’intero del film. L’ultimo dualismo citato è il più complesso da inquadrare, perché la necessità sembra prevalere sempre sulla libertà della protagonista.

Il gesto di maggiore libertà assume una connotazione negativa e si verifica sul finale quando, nella fase della riappropriazione, Rocio tradisce l’unico individuo gentile che le sia capitato in tutto il contesto raccontato. Un giovane infermiere, spettatore involontario del capovolgimento finale, decide di mettere a rischio se stesso, in modo totalmente altruistico, per permetterle di riabbracciare per l’ultima volta suo figlio. In questo momento la protagonista tenta di riprendersi, con un gesto letteralmente tragico, quel bimbo non desiderato che è diventato tutto il suo universo – e anche qui dobbiamo notare un’altra opposizione. L’esito della sua azione è prevedibilmente drammatico e riporta la donna all’originaria condizione d’impotenza.

La regia è buona e caratterizzata da alcuni primi piani decisamente efficaci. Tutta l’attenzione, anche scenografica, è orientata al personaggio (sono stati evitati elementi superflui, gli ambienti sono piuttosto spogli). Le finalità narrative vengono centrate ed espresse adeguatamente. Mentre per quanto riguarda la fotografia è apprezzabile la scelta di utilizzare luci fredde, decisamente appropriate alla vicenda raccontata.

 

Nicola Ruvioli

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