A man returned

20161144_original_cartelRecensione

Regia di Mahdi Fleifel (Regno Unito, Danimarca, Paesi Bassi, 2015, 30′)

Ain Al Hilweh – campo per rifugiati palestinesi, in Libano. Luoghi di partenza e di ritorno, nel disperato e difficile tentativo di entrare in Europa.

Protagonista del documentario è Reda, un ragazzo sincero e consapevole delle proprie malefatte, gentile e scontroso, eroinomane che confida nella forza dell’amore per cambiare vita. In breve, un personaggio controverso.

Reda è riuscito a viaggiare e arrivare in Grecia. Ha vissuto tre anni ad Atene, ma alla fine è stato deportato nuovamente in Libano e costretto a tornare ad Ain Al Hilweh. Le vicende raccontate sono ambientate qui, al campo per rifugiati, nel periodo successivo al rientro. Sono i giorni in cui il giovane ha sposato il suo amore d’infanzia, una ragazza che dai primi minuti del film – un dialogo telefonico tra i due – deve raggiungerlo.

Dall’inizio della storia si avverte la problematicità del protagonista, che al telefono con la futura sposa trasforma, nel giro di dieci secondi, dei dolci consigli in asserzioni volgari – non senza strappare un sorriso “stranito” allo spettatore.

Viene raccontato il contesto familiare e sociale, mentre si avvicina il giorno del matrimonio. La famiglia di Reda è altrettanto sincera e piuttosto tollerante per la brutta dipendenza da eroina del giovane. Si droga in casa come se fosse normale farlo. Tutti sanno che è una brutta cosa, per Reda è una maledizione. Ma viene accettata, nella speranza che riesca a smettere al più presto.

La madre dice molto serenamente al figlio che il matrimonio del fratello avrà più importanza, perché questi si comporta meglio. Ma per un confronto inconscio con i nostri rapporti sociali e familiari, risulta davvero strano sentire una frase del genere detta con totale tranquillità e con un tono che è a tutti gli effetti affettuoso. Traspare in queste persone una forte accettazione dell’altro “tu sei fatto così, tu hai la saggezza della strada”, nonostante Reda abbia una vita e una condotta non proprio raccomandabili. Possiamo intravedere questo aspetto anche nel protagonista quando, parlando di se, ammette di essere irascibile per natura, ovvero di non volersi arrabbiare ma di non poter far nulla per evitare che ciò accada.

Una storia che mischia tanti aspetti, come il disagio e la speranza, ma soprattutto l’amore e la droga – quest’ultima in primo piano rispetto agli altri elementi.

La telecamera segue da vicino i protagonisti e il documentario risulta immediato e stimolante, perché permette di entrare nella realtà raccontata e prendervi parte per tutta la durata del film, anche se in modo mediato. La spontaneità e la sincerità pervadono nel complesso non solo i protagonisti ma l’intero lavoro del regista Mahdi Fleifel, che riesce a raccontarci un realtà diversa dalla nostra e il punto di vista di chi, tra desiderio e difficoltà, vorrebbe dare una svolta alla propria vita.

 

Nicola Ruvioli

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